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Giancarlo Colla "Alla punta Dufour "

Dedico queste pagine scritte senza pretese a ricordo del caro Amico Santo Albertoli, valido compagno di tante avventure, uomo semplice, disponibile, raro e luminoso esempio di rettitudine e umiltà.

Alla Punta Dufour (mt. 4636) - Monte Rosa

... sotto il grosso zaino da cui spuntava la picozza, le robuste spalle, il viso asciutto, ascetico, l'uomo dal portamento fiero, che attendeva sul lato della strada era l'amico Santo, forte e saggio alpinista, valido compagno di tante meravigliose ascensioni. Fermo la vecchia 127, carichiamo lo zaino dietro, si riparte, è l'alba di una bellissima giornata di luglio (da tempo attendevamo l'anticiclone delle Azzorre) meta: l'ambita vetta del Monte Rosa (Punta Dufour 4636 mt.).

Ora arranchiamo faticosamente sugli ultimi tornanti del Sempione, in zona ospizio scendiamo un attimo, ci investe l'aria piacevolmente frizzante, la giornata è limpidissima, a distanza ravvicinata si stagliano i primi colossi delle Alpi.

Si scende nel Vallese, la strada si snoda fra selvaggi dirupi e vaste abetaie, raggiungiamo in breve Briga, poi in direzione Ginevra, all'altezza di Visp si devia a sinistra inoltrandoci nella magica valle del Mattertal, costeggiamo il torrente Visp le cui acque (da ghiacciaio) verde smeraldo scendono impetuose verso valle, raggiungiamo il vasto posteggio di Randa, oltre il quale la circolazione di mezzi motorizzati è "off limits".

Scarichiamo gli zaini, raggiungendo l'affollatissima stazioncina facendo attenzione a non Appendere gli occhi (... del vicino) alle punte delle nostre picozze. Saliamo sul tradizionale, rosso "trenino delle Alpi" che in poco più di mezz'ora ci porta a Zermatt, mt. 1603, ai piedi di quel leggendario Cervino che uomini ardimentosi con le loro conquiste (e le loro tragedie!) resero celebre.

Zermatt: appena messo piede a terra ti accorgi subito di vivere una strana atmosfera, quasi irreale, un'altra dimensione, quel silenzio ti riporta indietro di vari decenni, quando ancora bambino i nostri paesi erano privi di macchine e la gente invadeva felicemente le strade, ma torniamo alla realtà: ci mettiamo pazientemente in coda facendo il biglietto (abbastanza salato!!) per poi trasbordare sul piccolo, sempre affollato trenino a grimagliera che salendo lentamente ti porta verso il Gornegrat. Si sale, alla nostra sinistra in un cielo azzurrissimo si staglia solitaria la possente, elegante sagoma del Cervino, noto curiosamente decine di sguardi che, attratti, non riescono a staccarsi da questa magnetica visione.

Scendiamo alla stazioncina del Roten Boden, mt. 2818, davanti a noi circondate da immensi ghiacciai si ergono le cime del Rosa, caricati sulle spalle i pesanti zaini scendiamo sulla "pista" che costeggiando la morena ci porta molto in basso, verso l'immenso, crepacciato ghiacciaio del Gornergletscher. Lo attraversiamo in diagonale, raggiungiamo e sorpassiamo alcune cordate, siamo diretti alla Monterosahütte, mt. 2800, si risale, il percorso è duro, procediamo da qualche ora, non c'è un filo d'aria, il sole batte implacabile sulle nostre teste, la borraccia è ormai vuota, ho la gola arsa dalla sete, siamo oltre i 2600 metri, cerco di approfittare di un "limpido ruscelletto" che scende gorgogliando tra la neve immacolata, ma Santo mi blocca: "Non bere quest'acqua"... non capisco ... "lassù, guarda lassù!" Un centinaio di metri sopra le nostre teste si scorge controluce, una strana, indefinibile "massa scura" seguita dall'improvviso, inequivocabile sventolio di una bandiera rossocrociata ... ci siamo!:

A 2800 mt raggiungiamo la Monterosahütte, ora, a pochi metri, mi rendo conto (con grande sollievo e non riuscendo a trattenere una risata ... strappalacrime) che la "massa scura" che poco prima incombeva sulle nostre teste, altro non era che l'affollata latrina (con buco diretto verso il basso) dell'affollatissimo rifugio.

E' ancora presto, seduti su un masso sgranocchiamo qualcosa, poi deposti gli zaini, decidiamo di fare un sopralluogo in zona, risaliamo la pista lungo una morena, ma ahimè...! si perde tra alte rocce (in alta montagna, dove esercitano le guide, ricordatevelo, non esistono piste segnate).

Alle 3 di notte con il solo ausilio della pila frontale è dura seguire la direzione esatta, specie quando ti trovi in zona per la prima volta.

Perciò facciamo ciò che logicamente si deve fare, chiedere fra gli alpinisti presenti chi di loro è diretto alla Dufour, troviamo chi è diretto ai Liskam, chi alla Norden, fortunatamente (?!!) troviamo, molto disponibili, due giovani "grintosi" tedeschi (gli unici che "bestemmiano" un po' di italiano) essi erano sicuri di conoscere alla perfezione il percorso da fare al mattino, avendo già effettuate varie escursioni in zona, ci mettiamo d'accordo: partenza alle 3 del mattino.

Sono le 20, dopo una frugale cena (un pezzo di formaggio e una tazza della solita "pappina svizzera") andiamo a letto (si fa per dire...) accatastati come acciughe in un barile, le spalle coperte a malapena dalle solite puzzolenti coperte, con la testa su di un fatiscente cuscino, cerco invano di prendere sonno (prima che l'invidiatissima "squadra boscaioli" dia inizio ai ... concerti) tra un sospiro e l'altro (fa molto caldo, manca ossigeno) passo la mezzanotte ad occhi aperti, poi sfinito cado in un profondo sonno.

Mi sento violentemente strattonato, è Santo che vuol sapere l'ora, mi vien da piangere, l'avrei strozzato! comunque sbiascicando rispondo che sono le due meno venti: lui riprende saporitamente a russare ... io no!

Alle 2.30 sveglia: decine di zoccoli di legno strisciano rumorosamente sull'assito, scendono le scale, a fatica con gli occhi semiappiccicati scendo anch'io, seguito da Santo. Al piano di sotto è già pronto un pentolone di tè bollente, mangiamo due biscotti, si riempiono le borracce, poi la solita confusione, rumore di ferraglia, chi cerca la picozza, chi imprecando cerca "nel mucchio" l'altro scarpone, ecc.

Una pacca sulle spalle, seguita da larghi sorrisi, sono i nostri baldi tedeschi, non sono ancora le 3, usciamo all'aperto investiti da soffi di aria gelida, siamo i primi, è buio pesto, non c'è luna. All'incerta luce delle pile frontali seguiamo i nostri compagni, passa qualche tempo, si fermano, sembrano indecisi, poi svoltando sulla sinistra si sale tra alcune rocce. La salita si fa sempre più ripida, si sente rumore d'acqua, ora stiamo letteralmente arrampicando in verticale su umide, viscide placche di granito, si stacca un appiglio, è buio, ma dal tempo che intercorre prima di sentirlo sbattere sul fondo capisco che ci troviamo parecchi metri sospesi nel vuoto.

Laggiù, lontano sotto di noi, nel buio, appare simile a lucciole, un'interminabile fila di piccole luci che stanno avvicinandosi, poi deviano decisamente sulla sinistra sparendo nel nulla, maledizione! Siamo pericolosamente fuori pista.

Raggiungiamo uno stretto camino verticale, i tedeschi sono titubanti, non riescono a risalirlo, si fanno da parte (qua c'è poco da fare, o si sale o si aspetta l'alba, mandando tutto a ramengo). Salgo io in libera, il camino si fa sempre più stretto, poi finalmente simile ad un fungo, spunto sulla liscia superficie di un ghiacciaio, sento delle imprecazioni, è Santo, rimasto fantozzianamente incastrato con lo zaino non riesce a uscire dal camino, ridendo per non piangere gli grido: "Mangiato troppo, eh!" ricevo un "Ma va a cagaa!" (il massimo per Santo), abbassandomi lo afferro, uno strattone risolutivo ed è fuori, seguono i tedeschi.

Purtroppo con rammarico notiamo di avere perso del tempo prezioso, forse troppo! Ora il buio non è più tanto buio, si avvicina l'alba. Lassù con forse più di un'ora di vantaggio ci precedono le altre cordate, ci leghiamo, nel tentativo di recuperare lo svantaggio ripartiamo veloci, dopo qualche ora i tedeschi stremati, decidono di fare una sosta, ma siamo in ritardo, una calorosa stretta di mano, poi noi procediamo risalendo velocemente il ghiacciaio, raggiungiamo e sorpassiamo alcune cordate, all'altezza del Silbersattel ci raggiunge il primo raggio di sole creando bellissimi giochi di luce fra mastodontici blocchi di ghiaccio e ampi tormentati crepacci che si aprono a poca distanza.

Siamo al bivio tra la Norden e la Dufour, il cielo è limpidissimo, senza una nube, saliamo direzione Dufour, raggiunta l'enorme crepaccia terminale, la superiamo quasi strisciando (in sicurezza) su di un esile ponte di neve sospeso nel vuoto, poi ci inerpichiamo verso una bocchetta, oltre la quale ... brutta sorpresa! Bellissimo il panorama del versante sud che ci troviamo davanti, notiamo in lontananza la Capanna Margherita con annesse le sommità delle alte cime del versante Valsesiano, dove purtroppo nubi minacciose stanno salendo dal basso: ce la faremo ad arrivare in vetta? la saggezza suggerirebbe di scendere, ma se poi non fa niente? Siamo in "ballo" da due giorni, la sospirata vetta si trova trecento metri più in alto. La passione supera la saggezza, cerchiamo di aumentare ancora l'andatura, superiamo faticosamente alcuni dossi innevati, un ultimo ripidissimo pendio di ghiaccio vivo, fortunatamente già "scalinato" da altre picozze, ci permette di raggiungere in breve tempo le nere rocce sommitali della vetta, da qui si può osservare uno tra i più belli, fantastici ed aerei panorami di tutte le Alpi!

Siamo in vetta, davanti a noi una lapide scritta interamente in tedesco, siamo a 4636 metri, comincia a nevicare, il tempo di scattare una foto, poi ... neanche il tempo di togliere gli zaini scoppia il finimondo, investiti da terribili raffiche di neve ghiacciata (della consistenza del ghiaietto): sarà la più terribile tormenta da me sperimentata in 50 anni di montagna. Semiaccecati dal candore abbagliante della neve, il freddo è tremendo, le mani guantate stringono insensibilmente la picozza, riusciamo a fatica a reggerci in piedi. In quel momento rammentai l'odissea vissuta nell'agosto 1949 quando le guide Felice e Clementino Iacchini con Erminio Ranzoni bloccati dalla tormenta sulla vicina punta Norden (di poco più bassa) furono costretti a bivaccare in vetta e successivamente a scendere con un componente completamente accecato e un altro con i piedi congelati.

Abbiamo una sola certezza, scendere rapidamente di quota, solo che scendere dalla Dufour è tutt'altro che scendere dal Lys, dove puoi scendere a "saltoni". Superate faticosamente le rocce sommitali raggiungiamo il precedente ripido pendio di ghiaccio, della parte scalinata non esiste più neanche l'ombra, tutto è ricoperto da una ventina di centimetri di neve fresca, la situazione è tragica! Sferzati in viso, tra l'ininterrotto ululato della tormenta, se vogliamo riportare a casa la pelle, dobbiamo procedere con la massima calma e prudenza, scendiamo uno alla volta alternativamente in sicurezza (relativa, visto che il puntale delle picozze non entra nel ghiaccio che per pochi centimetri e l'usare i chiodi da ghiaccio richiede troppo tempo); dopo alcuni tiri di corda, mentre stavo scendendo io, mi si stacca improvvisamente un rampone, oscillo paurosamente poi con un colpo di picozza riesco a bloccarmi (se fossi "volato" quasi sicuramente avrei trascinato anche il mio compagno nel baratro). Con estrema calma riesco a recuperare il rampone penzolante e a bloccarlo bene allo scarpone tirando al massimo le cinghiette (decretando con questo inconsapevole atto il parziale congelamento del piede, di cui a distanza di anni subisco ancora le conseguenze). L'amico Santo se la cava con due dita leggermente congelate alla mano destra.

Sempre in condizioni proibitive raggiungiamo l'ultimo dosso, è meno ripido, sta scendendo Santo, da sotto mi grida: "Scendiamo assieme tanto qua la sicurezza non serv...." infatti un urlo, fulmineo mi getto sulla picozza, segue un forte strattone della corda, riesco a trattenerlo, mentre sotto si dibatte a gambe all'aria, più in basso la crepaccia terminale con la sua larga, orrenda bocca attenderà invano di inghiottire la sua... vittima!

La tormenta improvvisamente cessa, lasciando il posto ad un lieve nevischio, il tempo si schiarisce, siamo completamente fuori percorso, riattraversiamo la crepaccia terminale su un altro sottile ponte di neve, sperando che "tenga"!

E' molto tardi, lasciandoci indietro oltre la crepaccia un brutto ricordo iniziamo a scendere perlomeno su ghiacciaio dalla dolce pendenza anche se la pista non esiste più, cancellata dalla neve fresca, cercando di evitare gli innumerevoli, insidiosi crepacci tetri e senza fondo che affiorano un po' dappertutto.

Il tempo si va rasserenando, solo le vette più alte sono ancora immerse in minacciose nubi. Arriva improvviso un primo raggio di tiepido sole, facciamo il punto, laggiù, distante sulla sinistra appaiono delle rocce (il rifugio non si vede) la direzione è sicuramente quella, siamo molto fuori rotta, tagliamo giù in "diretta" sperando di non imbatterci in qualche terribile seraccata, il ghiacciaio è immenso, ma di cordate in giro neanche l'ombra, siamo rimasti solo noi, siamo stanchi (è dalle tre del mattino che camminiamo senza un attimo di sosta), è domenica pomeriggio, l'ultimo trenino per Zermatt scende alle quattro, dobbiamo aumentare l'andatura altrimenti "siamo fritti". Poi dopo circa 12 ore di girovagare raggiungiamo il rifugio dove un folto gruppo di persone ci teneva da tempo ... sotto cannocchiale. Ci invitano a bere qualcosa con loro, ma gentilmente dobbiamo rifiutare (non sappiamo neanche se faremo in tempo a prendere il trenino).

Ci precipitiamo letteralmente lungo la pista che porta a valle, affondando e scivolando nella neve acquosa.

Ancora pochi metri, lasciamo alle spalle il ghiacciaio, imboccando veloci il sentiero in salita (dulcis in fundo) che con un dislivello di alcune centinaia di metri ci porterà lassù alla stazioncina del Roten Boden, sono quasi le quattro, finalmente in lontananza vediamo un gruppo di persone in attesa, chissà se che la facciamo?

Percorriamo l'ultimo tratto di sentiero quasi di corsa.

Appena arrivati, ci sbarazziamo dello zaino, osservo il viso madido di sudore e stravolto di Santo (il mio non dovrebbe essere poi tanto diverso), dopo 13 ore di marcia, incuranti degli sguardi curiosi dei turisti, ci "gettiamo" sdraiati sull'erba, appena in tempo per udire lo sferragliare del trenino in arrivo e rialzandoci subito di nuovo.

Lasciamo Zermatt (per Santo purtroppo sarà l'ultima volta) dando ancora uno sguardo al Cervino, poi ... Randa, il posteggio ... la macchina rovente!... e il tranquillo ritorno a casa con il caro, indimenticabile Santo.

Giancarlo Colla

 

 

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